Una breve introduzione alla Crionica
Il 12 gennaio 1967 a Los Angeles, California, il primo "paziente" veniva trattato con speciali agenti protettivi e congelato immediatamente dopo la morte, nella speranza che future tecnologie ne permettessero il ritorno in vita ed il ringiovanimento.
Tale procedura è detta crionica (a volte chiamata ibernazione, ibernazione umana, criopreservazione, biostasi o sospensione crionica).
Essa mette in discussione il concetto tradizionale di morte e i limiti "naturali" della vita. Le prospettive su cui si basa (insieme affascinanti ed inquietanti) aprono orizzonti un tempo irragiungibili ed impensabili.
La morte è la perdita irreversibile di informazione
Il corpo umano, anche dopo la morte, costituisce una notevole fonte di informazioni, che vengono distrutte dalle tradizionali pratiche dell'autopsia, della inumazione, della tumulazione e della cremazione. Basti pensare, infatti, a quante informazioni un medico legale può ricavare oggi dall'esame del cadavere di uno sconosciuto, anche in avanzato stato di decomposizione, nel corso di una indagine penale e a quante informazioni un antropologo od un paleopatologo riescono a ricavare, grazie a mezzi di indagine sempre più sofisticati quali il microscopio elettronico, la Tac, la risonanza magnetica, l'endoscopia, la xerografia, la radiocromodensitografia, la spettrometria di massa a sonda laser (per determinare la composizione chimica), l'attivazione neutronica (per la ricerca dei metalli pesanti), la DNA polimerasi, l'analisi per la datazione per mezzo del carbonio 14, la stereolitografia, da mummie o da reperti scheletrici (a volte poche ossa) di individui morti da migliaia di anni. E' stata messa a punto persino una tecnica, molto complessa e molto delicata, per mezzo della quale, da pochi grammi di polvere d'osso, si può determinare quasi sempre il gruppo sanguigno del soggetto. E' ovvio che, in un corpo conservato a bassissima temperatura, con la tecnologia attuale, per quanto imperfetta essa possa essere, gli scienziati del futuro, potranno reperirvi molte più informazioni di quante gli scienziati attuali possano attingerne da una mummia egizia conservata con una tecnologia primordiale, o da uno scheletro dell'età paleolitica, o dai resti dello stesso uomo del Similaun che, sebbene conservatosi naturalmente nel ghiaccio, presenta pur sempre uno stato di conservazione di gran lunga inferiore a quello che può offrire la tecnologia odierna.
Quindi la morte è la perdita irreversibile dell'informazione contenuta nel cervello (cioè le nostre memorie e la nostra personalità).
E' sufficiente il mancato funzionamento di un organo per scatenare una serie di eventi che può risultare nel deterioramento del cervello (in genere per mancanza ossigeno) e quindi, nella morte. Una volta deteriorata la struttura del cervello, l'informazione in essa contenuta è irrimediabilmente persa e con essa ogni traccia della persona definita da tale informazione. Ma se la struttura del cervello fosse mantenuta intatta dopo la morte? Se si potesse prevenire la perdita delle strutture neuronali in cui la nostra personalità e i nostri ricordi sono codificati?
In effetti, tutto ciò è già possibile con la tecnologia odierna, anche se non in maniera perfetta. Alcune centinaia di persone, organizzate in varie organizzazioni, intendono farsi congelare (una volta morti), nel tentativo di prevenire la perdita irreversibile dell'informazione iscritta nel proprio cervello. Il problema è che, se da una parte è possibile preservare le strutture del cervello con tecniche attuali, non è invece ancora possibile rianimare una persona congelata.
Perché allora tale procedura, che a molti sembrerà solo un esempio estremo di accanimento terapeutico? Perché, se il progresso scientifico continuerà nella sua marcia, un giorno tale rianimazione potrebbe essere una realtà, così come oggi sono una realtà procedure quali il trapianto di organi e le terapie geniche, che generazioni precedenti avrebbero considerato miracoli (o fantascienza).
Il corpo umano, sede e supporto materiale della Persona, dunque, anche dopo la morte è un vero e proprio"database", una fonte enorme di informazioni di carattere chimico, biochimico, medico, antropologico, ecc., che, unitamente ad altre, di cui si parlerà in seguito, potrebbero essere utililizzate dagli scienziati medici del futuro per riportarlo in vita con la nanotecnologia, ossia con quella tecnologia che consentirà, in un futuro più o meno lontano, la manipolazione volontaria dei singoli atomi e molecole e quindi la riparazione e la rianimazione del corpo in Ibernazione, qualora fosse conservata una sufficiente informazione della persona deceduta.
Per approfondire, vedasi "La riparazione a livello molecolare del cervello" e la sezione Nanotecnologia nella home page del sito Gerontology.
Il criterio di morte secondo la teoria dell'informazione
E' giunto il momento di affrontare il problema-morte in maniera razionale.
Ralph Merkle, nel suo articolo "La riparazione a livello molecolare del cervello", così descrive il concetto di morte secondo la teoria dell'informazione: "una persona è morta, secondo il criterio della teoria dell'informazione, se le sue memorie, personalità, speranze, sogni, etc. sono state distrutte nel senso della teoria dell'informazione. Questo significa che se le strutture del cervello che codificano la memoria e la personalità sono state danneggiate al punto che non sia possibile riportarle al corretto stato funzionale, allora la persona è morta. Se le strutture che codificano la memoria e la personalità sono invece sufficientemente intatte ed è possibile fare delle deduzioni sulla memoria e sulla personalità in esse codificate, allora il recupero di un appropriato stato funzionale è possibile, almeno in principio e la persona in questione non è morta."
Solo partendo da questi presupposti si può intravedere la logica nascosta dietro un atto, come appunto quello di congelare una persona recentemente deceduta, che sarebbe altrimenti privo di qualsiasi fondamento.
Originariamente pubblicato su Estropico
